L’ossidazione del vino consiste nelle cosiddette rotture ossidasiche, che possono determinare cambiamenti di colore del vino inficiando il lavoro di mesi.
Limitare questa problematica è possibile grazie all’utilizzo dell’anidride solforosa, che combatte anche la formazione di batteri acetici e lattici. Questa può essere aggiunta al mosto in quantità che non superino i 50-100 mg per litro.
Le modalità attraverso le quali è possibile aggiungere l’anidride solforosa consistono nell’utilizzo di dischetti di zolfo da bruciare nelle botti, nell’impiego di bombole con il gas compresso, nell’utilizzo di soluzioni concentrate e più comunemente nell’aggiunta al mosto del potassio metabisolfito.
Quest’ultima è la pratica più utilizzata, in primis perché si tratta di composti facilmente reperibili nei negozi specializzati in articoli per l’enologia, e in seconda istanza perché consentono di liberare una buona quantità di anidride solforosa.
L’impiego di uno di questi metodi non costituisce un obbligo per i piccoli produttori casalinghi, i quali tuttavia, in questo caso, non possono mettere in nessun modo il loro prodotto in commercio. È però da tenere presente che ogni fermentazione alcolica produce una quantità di anidride solforosa che può essere molto variabile. Ne consegue che ogni bevanda alcolica non è immune dal contenere questo gas.